Sul taccuino

Agnese Moro: “Mai più ergastoli”

L’ergastolo è come dire a una persona: ‘ti vogliamo buttare via’. Ma io non voglio buttar via nessuno”. Parla Agnese Moro. Pronuncia parole che riportano al passato e alla storia. Il suo non è un cognome qualunque. “Si pensa che chi ha subìto un torto molto grave sia ripagato dalla pena inflitta al colpevole. Ma la mia esperienza personale mi ha insegnato altro”. Ci vogliono anni per giungere al perdono 9 maggio 1978. Sono passati 55 giorni dal rapimento: in via Caetani viene ritrovata quella Renault 4 rossa. La figlia dello statista ha 25 anni. «All’inizio nella testa e nel cuore c’è solo confusione – spiega, l’accento romano, la voce lieve – Si vive sospesi non si riesce a ragionare. Ci vogliono molti anni per superarlo. Ma poi nel tempo si riflette, si capisce: la persona che ti è stata portata via non ti verrà restituita punendone un’altra. Così ho deciso». Agnese Moro ha perdonato da tempo chi gli ha strappato suo padre e ha soffiato via la vita di cinque uomini della scorta. “Incontrare quelle persone mi ha aiutato moltissimo – racconta, riferendosi ai brigatisti – Nella mia mente vorticavano solo immagini mostruose, pensavo a qualcosa di onnipotente, di enorme. Invece ho capito che avevano un volto e avevano delle storie. Che erano esseri umani. E che sarei stata più felice se fossero riusciti a cambiare e a fare qualcosa di buono per la società”. [Leggi tutto]

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