Sul taccuino

Una certa idea

“Una certa idea di giornalismo”. Con quell’idea Domenico Quirico è partito per la Siria il 6 aprile scorso. Per la terza volta. Dopo aver tremato per i bombardamenti su Aleppo e aver seguito le incursioni dei ribelli fino a Idilib, voleva vedere con i suoi occhi i combattimenti nella città martire di Homs, gli incendi del suq, i bossoli delle munizioni.

Voleva raccontare una guerra che sembrava allontanarsi dalle pagine dei giornali. Un conflitto che, secondo il Committee to Protect Journalist, nel 2012 ha ucciso 28 giornalisti. La Siria è considerato il Paese più pericoloso al mondo per chi fa informazione, ma lui aveva quella convinzione di dover vedere le cose come stanno. Quella strana idea che lo aveva portato tra i campi profughi del Corno d’Africa, nelle strade di calcinacci caldi nei Paesi della primavera araba, nella Libia che chiudeva la storia di Gheddafi. E poi in Sudan, in Darfur, in Uganda, in Mali.

domenico quirico

Era la stessa idea che nel 2011 condividevano Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina, colleghi del Corriere della Sera e il giornalista Claudio Monaci dell’Avvenire. Con lui cercavano di raggiungere Tripoli. Furono rapiti insieme a Quirico durante un sequestro che costò la vita al loro autista.

E’ l’idea di chi pensa di doverle vivere le cose, per poterle raccontare. Di doverlo indossare, un burqa, per capire come si vede il mondo da una finestra di stoffa. Di dover scappare insieme ai ribelli per capire la paura delle bombe. La stessa maledetta idea, tanti anni fa, muoveva Terzani nelle tenebre del conflitto vietnamita, nel caos della liberazione di Saigon. Portò Kapuscinsky nel continente che ti lascia il male dentro.

E’ l’essenza di un mestiere, quell’idea. Dell’occasione che tanti non esiterebbero un attimo a perdere. “Parto”. Così, Quirico è tornato dopo cinque mesi di torture e prigionia. E, indossata giacca e cravatta su un corpo ora troppo magro, ha chiesto scusa al suo direttore: “E’ stato terribile. Ma sai qual è la mia idea del giornalismo: bisogna andare dove la gente soffre e ogni tanto ci tocca soffrire come loro per fare il nostro mestiere”.

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