Sul taccuino

C’era una volta un sogno, in America

Walter Cronkite è solo un adolescente quando il padre lo porta con sè a casa di un collega, il dottor Smith, ricco dentista con cui divide l’ufficio.  Ricorda bene quel giorno. Smith ha invitato tutta la famiglia Cronkite a passare un pomeriggio insieme, seduti in veranda a godere del caldo dei giorni primaverili. Hanno ordinato anche il gelato, aspettano solo che arrivi a domicilio.

Stanno parlando e fumando sigari quando il dottor Smith si blocca. Il ragazzo delle consegne è arrivato e  si avvicina a piedi con il pacchetto dolce tra le mani. Mette piede sotto la veranda ma prima di poter fare o dire qualunque cosa viene colpito da un pugno in piena faccia. “Questo ti insegnerà, brutto negro, a mettere piede sotto la veranda di un uomo bianco” urla il dottore.

march 2

E’ l’America razzista degli anni Trenta e Quaranta, quella in cui l’uccisione di un ragazzo nero non appare sui giornali. Quella degli 880mila veterani afroamericani che torneranno dalla Seconda Guerra Mondiale. Non hanno mai goduto degli stessi diritti dei bianchi, nemmeno durante il servizio militare. E’ l’America in cui i segregati sanno di dover “rispettare le regole”. Sono loro stessi a ricordarlo ai compagni disobbedienti, con il gesto di una mano. A loro mostrano prima il palmo chiaro, poi il dorso scuro: “Devi capire qual è il tuo posto e imparare a starci”.

Niente è ancora cambiato negli anni Sessanta, quando qualcuno comincia ad alzare la testa. E’ ancora l’America dei bianchi che prendono a sassate i giornalisti mentre testimoniano le manifestazioni contro il razzismo. Fomentatori dei neri, dicono. E’ ancora l’America delle stazioni televisive che minacciano di  sciogliere le collaborazioni con le reti che diffondono immagini degli scontri. In Georgia, un network rifiuta ai reporters l’uso delle proprie strutture per  trasmettere i filmati degli scontri a New York.  E’ ancora l’America dei caffè per soli bianchi, è ancora l’America di “Mississipi Burning”. Di Birmingham che, per gli attentati, viene chiamata Bombingham.

rosa parks

E’ in quest’America che Rosa Parks si rifiuta di cedere a un bianco il posto dove era seduta sull’autobus. E’ il 1955. Il conducente ferma il mezzo e le intima di scendere. Viene arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine. In quest’America Martin Luther King, pastore battista nato ad Atlanta nel 1929, inizia a lavorare in una parrocchia nel sud dell’America. Comincia a parlare di non-violenza.

E quando il presidente John Fitzgerald Kennedy presenta al Congresso un provvedimento per la parità dei diritti tra bianchi e neri, King capisce che è il momento: organizza una marcia su Washington. E’ il 28 agosto 1963 anniversario della morte di Emmett Till, un ragazzino di 14 anni che nel 1955 è stato assassinato per aver fischiato a una ragazza bianca.

Non è la prima manifestazione contro il razzismo, ma si teme che possa trasformarsi in tragedia e Kennedy mobilita 5mila riservisti. La marcia invece si svolge pacificamente. Al Lincoln Memorial di Washington, davanti alla statua del padre fondatore e alle telecamere della CBS, King parla per diciassette minuti. Davanti a lui 250mila persone. 60mila di quelle sono bianche.

“Siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del Paese per incassare un assegno – dice King. Il pagherò dei diritti, dei principi inalienabili. Nel suo discorso King chiede di realizzare il suo sogno. Chiede la fine della segregazione razziale nelle scuole, una legge sul tema dei diritti civili, la protezione dalle brutalità della polizia per gli attivisti, uno stipendio minimo di 2 dollari all’ora per i lavoratori. King lotta per il suo sogno, quel 28 agosto 1963. Continua a farlo per altri cinque anni tra repressioni, ricatti, intercettazioni. Cambia la storia dei diritti civili, in quell’America che oggi, grazie a lui, è un po’ meno in bianco e nero.

“Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!”

I have a dream”, il testo del discorso di Martin Luther King

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