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Ultima fermata, Viareggio

Era un ventinove giugno freddo, diverso da quello dell’estate precedente. La passeggiata semideserta, qualche coppia per mano, la voce in lontanza di un cantante da pianobar. Non era la Viareggio dell’anno prima. Era stato un mese brutto, fatto di pioggia e freddo inaspettati. Pochi incassi per gli stabilimenti balneari, una stagione che rischiava di non decollare.

 

strage viareggio

Mia madre si ferma davanti alle vetrine spente del lungomare. Mio padre ci ha appena raggiunte. Io cammino con Peggy al guinzaglio, fantasticando di abiti estivi, feste in spiaggia e sabbia sotto i piedi. Accidenti, chissà quando potrò indossarli. Adesso si mette pure a tuonare. Mi giro di scatto verso le montagne, in direzione di quello strano boato. Talmente sordo da suonare ovattato, lontano, tanto che il cane non se n’è accorto. Ci sono grandi nubi nere, concentrate in un solo punto. Ma non è un temporale.

Due secondi, forse tre. Il cielo si tinge di rosso e di giallo. Le nubi si allargano, quelle poche persone, nelle giacche di jeans fuori stagione, restano immobili. Qualcosa brucia: non poteva essere una macchina, neanche un negozio. Con un colpo allo stomaco, ci accorgiamo che la direzione è quella di casa nostra.

Corriamo, corriamo veloce, mentre i telefoni dei miei fratelli squillano a vuoto. Solo dopo avrei saputo che uno di loro è uscito in strada. Quella cosa, qualunque cosa fosse stata, aveva fatto tremare tutti i vetri del giardino, pensava che i ladri stessero cercando di forzare l’entrata.

Molte persone sono avvolte nelle vestaglie, i nasi fuori dalle porte. L’aria inizia a dar fastidio alla gola. Arriviamo a casa col cuore che batte di apprensione, ma mano a mano che ci facciamo più vicini, abbiamo capito che il motivo di tutto quel fumo non è a casa nostra. Il rogo è 500 metri più avanti. Intorno a quelle case troppo vicine ai binari. E sull’Aurelia in direzione mare.

Un treno merci si è ribaltato alla stazione. Trasportava Gpl, altamente infiammabile. Ci sono voluti pochi secondi. Qualcosa fora la cisterna, il liquido scivola verso gli ultimi binari, verso le case di via Ponchielli che si affacciano proprio sugli ultimi binari. Ed esplode. Portandosi via trentatrè persone.

Quella notte urlano le ambulanze, avanti e indietro. La diretta di Rete Versilia ci dà le prime immagini, ci mostra quello che mio padre mi impedisce di andare a vedere coi miei occhi. Il rogo delle case di cui per mesi sarebbero restati gli scheletri neri. Le tende da sole bruciate, le ciabatte perse per strada di chi cerca di salvarsi. La chiazza di polvere nera sull’asfalto, quel che rimane di un motorino che passava di lì.

Sono passati quattro anni. I segni di carbone di quella notte sono stati cancellati. Restano altri graffi, ben più profondi.

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