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Ciao Sandro

Se n’è andato in una tiepida mattina romana. Con quella scorza dura di chi il mestiere l’ha imparato per strada e con la riservatezza di chi preferisce non commentare e non sprecare parole. Sandro Acciari, giornalista di razza, come lo hanno definito in tanti, professore alla Scuola di Giornalismo della Luiss di Roma ha chiuso gli occhi, portato via da un brutto male.Credo che gli farebbe piacere essere ricordato così, con una catena di parole scritte, assillo e gioia di chi come lui appartiene da sempre alla carta stampata. “Le parole hanno un significato preciso – mi ripeteva – bisogna saperle utilizzare” . E tracciava una linea rossa sui miei articoli sbagliati. A quel mestiere aveva dedicato una vita intera e adesso cercava di insegnarlo a noi, ai suoi allievi. Con dedizione, con severità.

Lesson One

Sandro c’era quando il giornalismo si faceva per strada e consumava davvero le scarpe. C’era nella redazione di Paese Sera, nelle procure e ai grandi processi. C’era nelle accurate inchieste de L’Espresso. C’era quando le Brigate Rosse scuotevano il Paese. Lavorava per il Corriere della Sera e il suo nome, il suo indirizzo di casa furono trovati in un’agenda del gruppo estremista. Da allora non poteva più girare senza scorta.

Ricordo che in un pomeriggio caldo di inizio estate, mi raccontò di come il pigro Rione Monti, dove abitava all’epoca, si fosse stretto intorno a lui, per proteggerlo. E mi confidò la difficoltà del vivere con due guardie del corpo, del perdere l’intimità dei propri momenti, la libertà di scelte solitarie: “A volte scappavo – mi disse – Non mi importava se mi avrebbero ammazzato. Mi sentivo in gabbia”. Dopo un paio di mesi fu lui a rifiutare la scorta.

Certo, un bel carattere Sandro non l’ha mai avuto. Era ruvido come il freddo di certe mattine. Nelle nostre discussioni, e sono state tante, nessuno dei due ha mai chiesto scusa all’altro. Alla fine ci accettavamo così, testardi e orgogliosi anche quando uno dei due riconosceva di essere in torto. Però era tanto generoso. Mi ha lasciato una cartellina di carta con su scritto: Lesson Number One. Dentro dei ritagli di giornale, delle schede, delle regole d’oro per scrivere e usare un italiano corretto. Diceva che mi sarebbero serviti.

A Sandro non piacevano le lacrime. Durante la malattia non è mai comparso debole, non ha mai abbandonato il bicchierino di plastica con il suo caffè della mattina. Lo prendeva al ginseng però, perchè l’espresso non poteva più berlo. “Oggi non sto tanto bene magari vengo domani”. Mai un lamento, quella buccia dura.

Credo che si arrabbierebbe davvero se leggesse queste righe, scuoterebbe la testa, tirerebbe fuori la sua penna rossa. Ma sotto sotto in realtà, ne sarebbe felice, orgoglioso. Padre buono e scontroso di  tanti piccoli giornalisti in erba che qualcosa da lui l’hanno davvero imparato. Ciao Sandro.

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