Sul taccuino

Storia di Piero

Sessantanove anni e una storia simile a quella di tanti altri lavoratori, operai nell’industria del cuoio del Valdarno  Piero, toscano dai modi gentili, a 13 anni lascia la scuola e inizia a lavorare in un calzaturificio di Ponte a Egola. Impara il mestiere. Tagliatore di pelli. Poi, la voglia di costruire qualcosa di suo: negli anni Settanta, insieme ad altri due soci, mette su un piccolo calzaturificio con  cinque o sei  dipendenti. Non sa ancora che quella polvere che ha respirato e che gli ha dato da vivere ora chiede che venga pagato il suo prezzo.

conceria Dopo una semplice influenza, nel 1997, il raffreddore passa ma la narice destra rimane tappata. La diagnosi arriva presto, e con lei il primo intervento. “Lei fa il falegname o lavora la pelle” gli dicono i medici. È un tumore alle fosse nasali.”Mi aprirono la testa passando dietro l’osso etmoide” racconta, ripercorrendo con il dito il viaggio del bisturi. Si salva, ma nel 1999 il tumore torna e in una seconda operazione gli viene asportato l’80% del palato e tutto il seno mascellare destro. Tre anni più tardi, nel 2002, il male viene trovato nella parte del palato che gli rimane, quella sinistra. Piero fa un altro intervento, poi le sedute di radio terapia gli distruggono i denti, gli viene asportata completamente l’arcata dentaria. Oggi al loro posto, una protesi che gli richiude la parte del palato.

Il suo tumore è subito identificato come malattia professionale. “La macchina utilizzata per il taglio della pelle produceva polvere, – racconta.  – A volte noi operai ci mettevamo un fazzoletto davanti alla bocca, perché era fastidioso respirare. La sera quel triangolo di stoffa era tutto nero, ma noi eravamo convinti che sciacquandoci con l’acqua il problema fosse risolto”.

Molti passi avanti sono stati fatti per la bonifica di quelle aziende e per la diffusione di una cultura della prevenzione.  Ma nell’industria conciaria italiana continuano ad esistere condizioni di lavoro indegne.  Piero giura che macchine come quella che ha devastato lui sono ancora in funzione: “Pochissime, forse una decina  ma continuano a lavorare, proprio come tanti anni fa”.

Non solo. Nell’ordinamento italiano, ci sono ancora vuoti normativi assurdi: mancano sostituti per i solventi e le sostanze che danneggiano il Dna, servono valori soglia più restrittivi per i presunti cancerogeni. E sono necessari limiti specifici di concentrazione per alcuni cancerogeni certi: proprio come le polveri di cuoio.

Per la IARC, International Agency for Research on Cancer, quelle polveri provocano tumori, ma in Italia la concentrazione massima tollerata è la stessa che viene applicata alle generiche polveri sottili: 10 mg per metro cubo d’aria. “Nel caso della polvere di pelle è una quantità enorme di polvere mortale” spiegano  i medici della Asl 11 di Empoli, che da anni si occupano dei problemi connessi al settore della concia toscana.

Il tumore ai seni nasali è un cancro devastante ma in genere molto raro. Nel Valdarno invece, dal 1980 al 2011, il team sanitario diretto dalla dottoressa Tonina Enza Iaia ne ha registrati 52 di cui 46 (l’88% del totale) di accertata origine professionale. “Pensi che quando ho cominciato a lavorare, i solventi li preparavamo noi, – racconta Piero – buttavamo il collante in una ciotola di plastica e lo giravamo con il pennello”.

Ancora oggi, nel ciclo conciario un lavoratore è a contatto tutti i giorni con centinaia di solventi e sostanze pericolose. Il dottor Luciano Arena, medico del lavoro della Asl11, ha trovato ben 16 tossici per la riproduzione nelle schede di sicurezza di 21 aziende: “Causano malformazioni genetiche e possono danneggiare i bambini prima della nascita, dovrebbero essere equiparati ai cancerogeni e ai mutageni”.

Per le sostanze R40, cioè le possibili cancerogene, le nostre leggi non prevedono le procedure di sicurezza imposte per i sicuri cancerogeni (R45/R49). È il caso della formaldeide, identificata dalla IARC come cancerogeno certo per il rino-faringe, con grande sospetto per le fosse nasali e forte evidenza per le leucemie. Ma che nel sistema italiano, è classificata solo come possibile cancerogeno.

“Purtroppo spesso, le cavie sono coloro che utilizzano le sostanze pericolose – continua il dottor Arena – Per le conoscenze che abbiamo solo pochi tumori, come quello al naso, possono essere associati con evidenza scientifica ai prodotti che utilizziamo. Poi esiste anche un problema di etichettatura”.

L’etichetta di una miscela infatti riporta la dicitura “tossica”, “cancerogena certa” o “possibile”, solo se la sostanza incriminata, contenuta nel preparato, è presente sopra una certa concentrazione. Ma chi può assicurare che l’esposizione continuata a concentrazioni inferiori non provochi un rischio di tumore? Sarebbe come dire che si può fumare tranquillamente una sigaretta al giorno senza paura di un cancro al polmone.

La difficoltà oggi sta nel diffondere l’idea che gli effetti di esposizioni passate si vedono dopo anni, soprattutto nelle forme più croniche come i tumori. In ambito sanitario spesso non ci sono emergenze, ma situazioni che si cumulano nel tempo. Ci sono voluti 50 anni per accorgersi dei danni dell’Ilva di Taranto. “Per questo è troppo importante diffondere una cultura della prevenzione, – dice Piero, con forza – Bisogna partire dalle scuole, i ragazzi devono capire che bisogna lavorare per vivere. Non per morire”.

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