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Un bambino

Roma, in un primo pomeriggio tiepido. La stazione é poco affollata, un treno per Firenze, poi una concidenza da prendere. Mi avvicino alle macchinette self-service per fare un biglietto evitando la fila allo sportello. Tra quelle casette di metallo c’è un bambino che chiede qualche spicciolo, che si sposta da un viaggiatore all’altro con la mano tesa, si avvicina troppo e ti guarda fisso con i suoi occhi nocciola. No, non abbiamo niente da darti. Per chi viaggia spesso é una situazione nota, a dir il vero, una tremenda scocciatura.

Digito la destinazione, scelgo l’orario. La voce elettronica della macchinetta recita: “Inserire le banconote”.  Il bambino fa un salto, lascia stare lo sportello con cui sta giocherellando e mi guarda “Mi dai il resto?” “No rispondo, mi serve. Mi dispiace”. Apro il portafoglio prendo la banconota da dieci euro, devo pagarne nove. La sua mano piccola mi porge cinquanta centesimi. Insiste: “Ti dò io il resto, dammi un euro, ti dò cinquanta centesimi” e spinge  la sua moneta dorata verso la buca del resto. La fa cadere.

“No, mi dispiace”. Prendo il biglietto, prendo il resto, afferro la borsa e mi allontano a grandi passi. Non so neanche che ore sono. Trascino il mio trolley cercando con gli occhi il treno giusto sui cartelloni luminosi. Mi sento chiamare: “Ehi, ehi! Ehi!” Mi giro. Mi corre a fianco, il fiato rotto, le lacrime agli occhi: “Mi hai preso i cinquanta centesimi”. Mi fermo, dispiaciuta: “Io non ho preso nulla”.

Scappa, l’espressione contrita e impotente. Anche se glieli avessi presi non potrebbe fare nulla. Provo a chiamarlo per dargli l’euro del resto. Mi sente ma non vuole girarsi. É un piccolo orgoglio ferito, un bambino deluso e arrabbiato. Penso che potrei perdere il treno e giro i tacchi: “Se non li vuole cosa posso farci” penso.

Alla fine, però, non é così tardi ed entro nella sala d’attesa con le pareti trasparenti. Mi fermo. Penso a come sia possibile che abbia fatto cadere i cinquanta centesimi e che li abbia persi. Non li ho sentiti tintinnare contro l’acciaio della macchinetta, né rotolare sul pavimento freddo. Alzo gli occhi ed é lì, appoggiato con la testa a una self-service per i biglietti regionali. Si struscia le guance con la mano. Sta piangendo.

Abbasso gli occhi e guardo il mio trolley, la tasca é aperta c’é libro dentro. “Vuoi vedere che…?” I cinquanta centesimi sono lì, incastrati tra le pagine del libro. Li guardo, li prendo, tolgo il mio euro dalla tasca. Esco e lo raggiungo. “Ehi – sorrido – Ce li ho io i tuoi cinquanta centesimi, guarda!”

Ma non mi guarda. Ormai non ne vuole più sapere dei suoi cinquanta centesimi e tantomeno del mio resto. “Erano nella tasca aperta della valigia, vedi? Sono rimasti incastrati lì”. Allora si gira. Sbrircia la tasca aperta, vuole vedere se davvero i suoi spiccioli possono esser caduti là dentro.

Ma i soldi proprio non li vuole, é un gran testardo. Appoggia la schiena alla macchinetta, ha le guance lisce rigate di lacrime. E lo vedo davvero. Nei suoi dieci anni, nella sua pelle ambrata, nel suo smanicato rosso.

É solo un bambino, alto per la sua età. “Perché piangi? Li abbiamo trovati i tuoi soldi”. Ma i suoi occhi tristi fissano un punto davanti a lui. Con la mano sinistra fruga nella tasca dei jeans, si sente rumore di monete. “Forza, prendili… Guarda che devo andare via, il mio treno sta per partire” gli dico sottovoce. Allora, lentamente, li prende con l’altra mano ma continua a piangere. “Perché piangi? Perché pensavi di aver perso i soldi?”. Scuote la testa: “No, perché oggi non ho fatto niente”. Apre la mano guarda il suo piccolo tesoro. Sono tutti spiccioli; saranno quattro euro, stanno precisi nel suo palmo.

“Da quant’é che stai qui? – É tornato a fissare quel punto nel vuoto – Da stamattina?” Annuisce con la testa “Si” dice con poca voce. “Me lo dici come ti chiami?” Devo chiederglielo due volte. “Riccardo” mi risponde senza guardarmi. “Riccardo, che bel nome! Io ho tanti amici che si chiamano come te. Mi chiamo Alice.” Silenzio. “Hai una sorellina Riccardo?” Sì, risponde, lo sguardo sempre fisso. “Lo sai quanti fratelli ho io, Riccardo?” Allora mi guarda, come se avessi scoppiato una bolla di sapone davanti al sul viso. Per la prima volta da quando stiamo parlando ha gli occhi da bambino. “No, quanti?” dice. “Ne ho tre Riccardo. Più piccoli, non piccoli come te, ma comunque più piccoli”. Dura un secondo quell’espressione tenera, perché poi torna subito l’adulto silenzioso. Gli chiedo se vuole un gelato. No, non lo vuole. Una merendina? Neanche. Io non ho più spiccioli, e comunque non li prenderebbe. La sua espressione mi fa pensare di no.

Devo partire. “Non piangere più Riccardo … Dai su che sei un ometto! Non piangi più?” No, dice e ha smesso di piangere. Lo saluto: “Magari ci rivediamo”. Mi allontano a grandi passi. Lui rimane fermo, immobile. La schiena dritta, le gambe molli, si appoggia stanco a quel metallo freddo.  Ma solo per qualche minuto. Poi tornerà a chiedere spiccioli. Lì, davanti alle macchinette della Stazione Tiburtina.

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